Il 14 agosto 2026, nella base aerea di Elmendorf-Richardson di Anchorage, in Alaska, Donald Trump e Vladimir Putin si incontravano per un vertice storico. All’epoca, entrambi i leader esprimevano ottimismo per aver gettato le basi di una tregua senza precedenti. Trump parlava di un incontro da dieci mentre Putin lo definiva un punto di partenza verso un accordo. Oggi, a un anno di distanza, quella che sembrava una svolta si è rivelata un’illusione.
Le aspettative deluse del vertice di Anchorage
Immediatamente dopo il summit, Trump dichiarava che tutte le questioni erano state risolte tranne una e che un successivo vertice con la presenza di Volodymyr Zelensky sarebbe stato decisivo. Tuttavia, con il passare dei mesi, il divario tra le parti si è inasprito, trasformando l’ottimismo iniziale in scetticismo e in uno scontro diplomatico aperto.
La Casa Bianca aveva inizialmente garantito che Putin volesse porre fine alla guerra tanto quanto Trump. Tuttavia, presto si è reso evidente che le posizioni erano inconciliabili. La delusione americana si è tradotta nell’imposizione di nuove sanzioni contro Mosca e nel mancato rinnovo del trattato New Start sulla limitazione delle armi nucleari. Dal canto suo, il Cremlino ha iniziato a mettere in dubbio la buona fede di Washington.
La crisi diplomatica e il fallimento dei negoziati
A giugno, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov esprimeva apertamente i sospetti di Mosca: Non voglio nemmeno immaginare che l’Alaska sia stata concepita solo per guadagnare tempo e rafforzare militarmente l’Ucraina. A inizio anno, gli Stati Uniti avevano promosso un ciclo di negoziati diretti con Russia e Ucraina sulla base di una bozza in 28 punti, poi ridotta a 19 punti. Tuttavia, gli sforzi si sono incagliati proprio sul nodo principale sollevato in Alaska: la questione territoriale.
Mosca chiedeva il riconoscimento delle proprie pretese sull’est dell’Ucraina (il Donbass) e la revoca delle sanzioni in cambio del congelamento delle avanzate altrove. Un compromesso che Kiev ha respinto categoricamente, considerandolo sinonimo di capitolazione. L’Ucraina ha preteso un cessate il fuoco immediato lungo l’attuale linea del fronte, rinviando lo status dei territori a successive trattative. L’incontro di soli 30 minuti a luglio a Manila tra il segretario di Stato Marco Rubio e Lavrov ha certificato di fatto il fallimento del processo iniziato in Alaska.
La situazione militare e le prospettive future
Lontano dai riflettori e dalle illusioni di Anchorage, il conflitto si è trasformato in una brutale guerra di logoramento ad alta intensità. Entrambi gli schieramenti sembrano convinti che solo la pressione militare sul campo possa costringere l’avversario a fare concessioni al futuro tavolo della pace. Parallelamente al fallimento della diplomazia, la situazione militare è radicalmente peggiorata, portando a un livello di violenza e a un numero di vittime civili che non si registravano dalle prime fasi dell’invasione.
La Russia ha intensificato i raid missilistici sulle città ucraine e ha bloccato le esportazioni nel Mar Nero colpendo le infrastrutture portuali. Le sue forze terrestri continuano l’offensiva per occupare interamente il Donbass e la Novorossija, sotto la guida del generale Valery Gerasimov. Di contro, Kiev ha risposto con una pesante campagna di attacchi a lungo raggio contro i siti energetici e i depositi russi, provocando una crisi del carburante su scala nazionale e costringendo le autorità occupanti a dichiarare lo stato di emergenza nella penisola di Crimea.
La celebre frase pronunciata da Trump in Alaska – Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo – si è rivelata una profezia al contrario: in mancanza di un’intesa formale, lo stallo politico è degenerato in una pericolosa corsa al rialzo sul piano militare. La guerra in Ucraina continua, e le prospettive di una soluzione diplomatica sembrano sempre più remote.



