In molte regioni d’Italia, e in particolare in Sardegna, la presenza costante di acqua potabile ha creato una sensazione di abbondanza che nasconde problemi strutturali. Parla così Filippo Menga, docente di geografia e studioso riconosciuto delle politiche dell’acqua, intervenuto a Cagliari nell’ambito di un ciclo di incontri dedicati a geopolitica e relazioni internazionali.
L’intervento ha spostato l’attenzione dal racconto emergenziale verso un’analisi sistemica: non sono solo i comportamenti individuali a determinare sprechi e crisi, ma una combinazione di scelte politiche, infrastrutture obsolete e modelli produttivi che consumano grandi quantità di risorsa idrica.
Il paradosso della percezione e i consumi domestici
Viviamo un paradosso: chi abita in zone con accesso continuo all’acqua la considera scontata, fino a sviluppare convinzioni errate sulla sua qualità. Menga osserva che in Italia, e in Sardegna coerentemente con i dati nazionali, il consumo di acqua in bottiglia è tra i più alti al mondo, un fenomeno alimentato da campagne di marketing e da una percezione di inaffidabilità dell’acqua del rubinetto. Questa convinzione genera un mercato parallelo fatto di bottiglie e di depuratori domestici, ma non risolve i problemi reali legati alle risorse e ai sistemi di distribuzione.
Abitudini quotidiane e responsabilità collettiva
Il gesto di chiudere il rubinetto durante la doccia o il lavaggio dei denti è importante ma limitato: si tratta di pratiche visibili e semplici, mentre la maggior parte dei consumi e degli sprechi avviene a monte, nei settori produttivi e nelle infrastrutture. Occorre quindi ripensare la narrativa che mette il peso della colpa solo sul singolo consumatore e spostare l’attenzione su soluzioni collettive e di sistema.
Il ruolo dell’agricoltura e il peso delle produzioni
L’agricoltura è tra i maggiori consumatori di acqua in molte aree insulari: in Sardegna, per esempio, fino a due terzi della disponibilità idrica viene destinata all’irrigazione. Non sempre queste risorse sono impiegate con criteri di sostenibilità: pratiche irrigue inefficienti e coltivazioni ad alto impatto idrico aumentano la pressione sulla risorsa. Menga sollecita una riflessione sul modello produttivo: scegliere coltivazioni meno idroesigenti o tecniche irrigue più efficienti può ridurre l’impronta idrica di prodotti molto richiesti.
Branding, consumi e impatto nascosto
Il valore di mercato di alcuni prodotti agricoli non dovrebbe oscurare il dibattito sulle risorse impiegate per produrli. Il fenomeno del country branding sposta l’attenzione verso l’immagine del territorio, ma raramente aiuta a comprendere l’impatto idrico reale delle produzioni. Servirebbe più trasparenza sulle risorse consumate lungo le filiere alimentari.
Infrastrutture, perdite e tecnologie ad alto consumo
Un nodo cruciale è rappresentato dalle reti di distribuzione: a livello nazionale si registrano perdite significative lungo le condotte. Menga segnala che in alcuni contesti insulari la percentuale di acqua dispersa supera livelli preoccupanti, mentre paesi come Germania e Danimarca hanno adottato piani di sostituzione programmata delle tubature per ridurre le perdite. In Italia, l’approccio resta spesso emergenziale, con interventi dopo i guasti invece che con manutenzione preventiva.
Consumi industriali e digitalizzazione
L’acqua è anche una materia prima per settori meno ovvi, come i data center. Strutture digitali di grandi dimensioni utilizzano acqua per raffreddamento e gestione degli impianti: secondo stime presentate da Menga, l’uso complessivo di questi centri è paragonabile al consumo giornaliero di milioni di persone. Questo aspetto è cruciale se si pensa allo sviluppo dell’isola come possibile hub digitale: la transizione tecnologica deve tener conto del fabbisogno idrico associato.
Politica, regolazione e trasparenza
Per lo studioso esiste una responsabilità politica non ancora adeguatamente affrontata. Domande cruciali rimangono aperte: perché non sono state adottate misure efficaci contro contaminanti come le sostanze PFAS? Perché nei progetti pubblici non si diffondono pratiche di efficienza idrica, come il riciclo delle acque e la raccolta delle piogge? E perché l’arredo urbano non favorisce l’accesso all’acqua pubblica tramite fontanelle e punti di rifornimento?
Menga richiama la necessità di dati pubblici accessibili: solo con informazioni trasparenti sul consumo idrico reale sarà possibile responsabilizzare amministrazioni, imprese e cittadini, e trasformare l’acqua in un vero bene collettivo da tutelare.
Verso un nuovo immaginario collettivo
La proposta dell’accademico è netta: servono politiche che riportino l’acqua al centro del dibattito pubblico. Tra le azioni suggerite ci sono etichette trasparenti sul consumo idrico dei prodotti, piani di rinnovo infrastrutturale volti a ridurre le perdite e investimenti in tecnologie per il risparmio e il riciclo. Solo con un approccio integrato, che unisca consumatori, imprese e istituzioni, l’acqua potrà essere gestita in modo sostenibile e equo.
In conclusione, il messaggio principale è che la responsabilità è condivisa: l’attenzione individuale è utile, ma la trasformazione richiede scelte pubbliche coraggiose e una diversa narrazione che valorizzi l’acqua come risorsa strategica e comune.