3 Giugno 2026 ☀ 20°

Grano duro in Sardegna: perché i prezzi non coprono più i costi e cosa succede alle campagne

La Cia Cagliari Sud Sardegna lancia l’allarme sul grano duro: prezzi inferiori ai costi, perdite superiori a 10 milioni di euro e il rischio concreto di abbandono delle colture che alimentano le comunità interne.

Grano duro in Sardegna: perché i prezzi non coprono più i costi e cosa succede alle campagne

La cerealicoltura sarda si trova in una fase critica: secondo la denuncia della Cia Cagliari Sud Sardegna i prezzi correnti non permettono di coprire il costo di produzione del grano duro, con conseguenze pesanti per le aziende agricole e per l’economia delle aree interne.

Questa difficoltà economica non è solo una questione contabile: rischia di innescare un processo di abbandono delle coltivazioni che aggraverebbe lo spopolamento e la perdita di servizi nelle comunità rurali, colpendo in modo particolare il territorio del Medio Campidano.

Il quadro economico e i numeri che preoccupano

L’analisi della Cia, basata su dati Ismea, mette a confronto il costo di produzione medio nel Sud Italia e le quotazioni ufficiali rilevate per le isole. Secondo questi dati il costo medio di produzione si aggira intorno ai 32 euro al quintale, mentre le ultime quotazioni fissate dalla Commissione unica nazionale per le Isole sono di circa 23 euro al quintale. Dopo aver detratto oneri obbligatori come lo stoccaggio e il trasporto, il ricavo effettivo per il produttore scende ulteriormente a circa 20 euro al quintale.

Resa, deficit per ettaro e perdite regionali

Con una resa media stimata in Sardegna intorno ai 30 quintali per ettaro, il bilancio economico si traduce in un deficit di circa 360 euro per ettaro coltivato. Mantenendo gli attuali 28mila ettari seminati, la perdita complessiva per il territorio regionale supera la soglia dei 10 milioni di euro, con ricadute dirette sui redditi aziendali e sulla sopravvivenza delle imprese agricole.

Cause strutturali e responsabilità nella filiera

Secondo l’organizzazione agricola, il problema non è soltanto l’andamento dei mercati ma una crisi di struttura che scarica il rischio quasi esclusivamente sui produttori. L’aumento dei costi di produzione, la compressione dei margini e la ridotta redditività stanno erodendo la base produttiva, mentre le politiche e gli strumenti attuali non avrebbero fornito risposte adeguate.

Il ruolo della Commissione unica nazionale

La Commissione unica nazionale, nata con l’obiettivo di garantire trasparenza e bilanciamento nella filiera, viene puntualmente criticata dalla Cia per essersi attestata come «registratore passivo» delle dinamiche ribassiste, senza introdurre meccanismi che colleghino i prezzi al costo reale di produzione. L’accusa è che così venga lasciato alle aziende l’onere maggiore del rischio d’impresa.

Proposte pratiche e mobilitazione territoriale

Per fronteggiare l’emergenza la Cia avanza richieste precise: una riforma dell’organismo di riferimento, l’introduzione di meccanismi vincolanti che leghino i prezzi minimi ai costi reali, l’applicazione concreta delle norme contro le pratiche commerciali sleali e una legge che imponga la tracciabilità totale delle produzioni sarde, con l’obbligo di utilizzo di materie prime locali nei disciplinari dei prodotti tradizionali.

Come primo passo operativo è stata convocata un’assemblea pubblica per discutere le misure da adottare: l’appuntamento è fissato per venerdì 5 giugno a Serrenti, nei locali dell’ExMa di via Nazionale, con la partecipazione di produttori, sindaci, amministratori locali e dell’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Agus. Per la Cia questo incontro rappresenta l’avvio di una mobilitazione sindacale definita «forte e determinata» a tutela del reddito degli agricoltori e della tenuta delle comunità rurali.

In sintesi, la crisi del grano duro in Sardegna è presentata come un problema che va oltre il singolo mercato commodity: è una questione di sostenibilità delle filiere, di tutela del territorio e di politiche pubbliche che mettano al centro il sostegno al reddito e la salvaguardia delle capacità produttive locali.

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