In Sardegna, i medici di medicina generale sono in prima linea contro una nuova disposizione che li obbliga a dedicare sei ore settimanali alle Case di comunità. La misura, approvata dal governo con il supporto delle Regioni, sta sollevando un’ondata di proteste tra i professionisti della salute, già sotto pressione per il carico di lavoro e la burocrazia.
La Sardegna è la regione italiana con il calo più significativo di medici di medicina generale, con un diminuzione del 40,3%. Questa situazione critica ha spinto il Sindacato nazionale autonomo dei medici italiani (Snami) a chiedere alla Regione di introdurre la volontarietà invece dell’obbligatorietà, per mitigare quello che definiscono un disastro annunciato.
La carenza di medici in Sardegna: un’emergenza senza precedenti
Secondo i dati del Sisac la Sardegna è al primo posto tra le regioni italiane per il calo dei medici di medicina generale. La situazione è drammatica: intere comunità senza sanitari, guardie mediche chiuse, pazienti che da tempo hanno smesso di curarsi. Le soluzioni alternative, come gli ambulatori straordinari Ascot o i contratti libero professionali ai medici pensionati, sono solo una goccia nel mare.
Il sindacato Snami ha lanciato un allarme: Se i medici di famiglia sardi verranno prelevati in maniera coatta dal loro lavoro, è possibile che chi ha più studi, magari in uno o due paesini decentrati, possa chiudere. Questo potrebbe aggravare ulteriormente la carenza di assistenza medica in aree già svantaggiate.
L’accordo tra Sisac, Fimmg e Fmt: cosa cambia per i medici
Il 24 giugno 2026 è stato sottoscritto un accordo tra Sisac, Fimmg e Fmt che prevede l’attività dei medici di medicina generale nelle Case di comunità per un massimo di sei ore settimanali e per 48 settimane l’anno. Il compenso orario è fissato a 38,72 euro. L’accordo definisce il ruolo dei medici di famiglia all’interno delle Case di comunità e introduce regole uniformi a livello nazionale.
Le ore di lavoro effettive saranno determinate in base ai fabbisogni delle aziende sanitarie locali. Prima di coinvolgere i medici convenzionati, le ASL dovranno utilizzare il personale già assegnato ad attività orarie. Tra gli aspetti rivendicati dai sindacati firmatari vi è l’abbandono dell’ipotesi della cosiddetta dipendenza volontaria.
Le critiche dei sindacati non firmatari
Lo Smi e lo Snami non hanno sottoscritto l’accordo, criticando l’obbligo di attività nelle Case di comunità. Secondo lo Snami, questa misura introduce elementi riconducibili a un rapporto di subordinazione senza le corrispondenti tutele contrattuali. Il sindacato parla di una progressiva perdita dell’autonomia professionale e di una forma di dipendenza mascherata all’interno di un rapporto formalmente convenzionato.
L’accordo contiene anche l’impegno ad avviare rapidamente il confronto per il rinnovo dell’Accordo collettivo nazionale 2026-, con un nuovo atto di indirizzo atteso entro il 30 settembre. Questo passaggio negoziale definirà più ampiamente l’evoluzione della medicina generale e il ruolo dei medici di famiglia nel nuovo modello di assistenza territoriale.
La situazione in Sardegna è critica e richiede soluzioni concrete per garantire l’assistenza sanitaria a tutte le comunità. La protesta dei medici di famiglia è un segnale forte che non può essere ignorato.



