9 Giugno 2026 🌤 22°

Omicidio di Cinzia Pinna: le indagini preliminari chiuse contro Ragnedda

La Procura di Tempio Pausania ha chiuso le indagini preliminari sul femminicidio di Cinzia Pinna, accusando Emanuele Ragnedda di omicidio volontario con aggravanti.

Omicidio di Cinzia Pinna: le indagini preliminari chiuse contro Ragnedda

Il caso del femminicidio di cinzia pinna, la 33enne di Castelsardo uccisa il 12 settembre 2026ha compiuto un passo decisivo. La sostituta procuratrice Noemi Mancini ha chiuso le indagini preliminari, contestando a Emanuele Ragnedda, imprenditore vitivinicolo di Arzachena, l’accusa di omicidio volontario con aggravanti di motivi abietti e futilisevizie e crudeltà.

La vicenda, che ha scosso la comunità della Gallura, vede Ragnedda anche accusato di occultamento di cadavereporto abusivo di pistola e detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. La Procura ha escluso categoricamente l’ipotesi di legittima difesasostenuta dall’indagato.

La ricostruzione dei fatti e le accuse

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la sera dell’11 settembre 2026, Cinzia Pinna, in condizioni psicofisiche alterate dall’alcol, venne incontrata da Ragnedda a Palau. L’imprenditore le offrì un passaggio e la portò nella sua tenuta di Conca Entosa, dove entrambi consumarono alcol e cocaina. La notte successiva, Cinzia venne uccisa con tre colpi di pistola al volto, esplosi da distanza ravvicinata con una Glock calibro 9.

Dopo il delitto, Ragnedda nascose il cadavere in campagna, sotto rovi e arbusti. La scomparsa di Cinzia fu denunciata dai familiari, che la cercarono per 12 giorni prima che il corpo fosse ritrovato. Il 24 settembre 2026sotto pressione degli investigatori, Ragnedda confessò il delitto, affermando di aver agito per legittima difesa dopo essere stato aggredito con un coltello.

Le indagini e le prove raccolte

La Procura di Tempio Pausania e i carabinieri del Reparto territoriale di Olbia hanno condotto indagini approfondite, basandosi anche sulle ammissioni dello stesso Ragnedda. Le accuse contro l’imprenditore sono state formulate sulla base di prove raccolte e analisi dettagliate della scena del crimine.

Gli avvocati difensori, Gabriele Satta e Luca Montella, continuano a sostenere la tesi della legittima difesa. «Accogliamo positivamente la conclusione delle indagini perché questo significa avvicinarsi al processo reale dopo mesi di processo mediatico», affermano. «Manifestiamo sconcerto per una contestazione che trasforma perfino l’allegazione di legittima difesa nell’aggravante del motivo futile, quando l’accusa non individua una valida ragione alternativa che avrebbe spinto Ragnedda a togliere la vita alla giovane donna».

La difesa e le nuove prove

La difesa ha annunciato l’intenzione di portare in aula gli esiti della consulenza del perito Dario Redaelli, che ha effettuato nuovi rilievi nella tenuta di Conca Entosa. Secondo gli avvocati, alcune prove raccolte dimostrerebbero la presenza di sangue di Ragnedda sulla scena del delitto, rafforzando la tesi dell’aggressione subita.

«Dopo otto mesi di silenzio, mantenuto per rispetto delle persone offese e del lavoro degli inquirenti, è arrivato il momento di dire con chiarezza che Emanuele Ragnedda non è il mostro descritto dalle indagini», concludono i difensori, che confidano nel dibattimento per dimostrare la loro ricostruzione dei fatti.

Il caso si sposterà ora in un’aula della Corte d’assisedove il contradditorio tra accusa e difesa orienterà i giudici nel pronunciare la sentenza di primo grado.

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