Un recente studio curato dal Comitato regionale emigrazione immigrazione delle Acli della Sardegna mette in evidenza una situazione demografica critica per l’isola. Il Rapporto METE 2026 descrive una perdita netta di oltre 85.000 residenti tra il 2006 e il 2026 e un tasso di fecondità sceso a 0,85 figli per donna, il più basso d’Italia. I dati non sono solo cifre: delineano una trasformazione del tessuto sociale, economico e territoriale che richiede risposte strutturali.
La presentazione del rapporto a Cagliari è stata condotta da Vania Statzu, Mauro Carta, Luisa Salaris e Francesco Mureddu, che hanno illustrato non solo i numeri ma anche le implicazioni pratiche. Il documento unisce analisi quantitativa e qualitativa e propone una lettura della denatalità come effetto di una sospensione decisionale imposta dalla precarietà di lavoro, abitare e tempi di vita. L’obiettivo dichiarato è trasformare l’allarme in un piano d’azione concreto.
Lo stato attuale dell’isola
Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente in Sardegna è pari a 1.554.490 persone; dietro a questo numero si nasconde però una struttura demografica fragilissima. La quota di over 65 raggiunge il 28,1%, rendendo la regione la seconda più anziana d’Italia dopo la Liguria, mentre la percentuale di giovani sotto i 15 anni è calata al 9,4%. Secondo le proiezioni, la popolazione attiva rischia di scendere sotto il 50% entro il 2050, con pesanti ripercussioni sul sistema di welfare e sui servizi essenziali.
Numeri chiave e flussi migratori
Il rapporto segnala anche una nuova diaspora: sono iscritti all’AIRE 133.256 concittadini, molti dei quali nella fascia di età 18-64 (il 70,4%). Questa migrazione porta via competenze e capacità produttiva; il calo demografico è stimato incidere sulla capacità economica regionale per circa 1,7 miliardi di euro. Sul fronte opposto, la presenza di stranieri è ancora limitata (3,7%, pari a 57.754 residenti) ma contribuisce per circa 1,2 miliardi di euro in settori come agricoltura e turismo.
Cause profonde e impatti sociali
Il quadro non è dettato unicamente da fattori demografici: il rapporto individua cause strutturali legate al lavoro, all’abitare e alla disponibilità di servizi. La fuga verso i poli del Centro-Nord, accentuata dalla migrazione universitaria, ha ridotto del 29,6% la popolazione nella fascia 19-25 anni negli ultimi vent’anni. Questa tendenza si traduce in una perdita di capitale umano e in una stratificazione sociale che premia chi ha risorse per trasferirsi.
Disuguaglianze di genere e cura
Un altro elemento centrale è l’asimmetria di genere nella gestione del care: sulle donne grava gran parte delle responsabilità di cura informale, spesso in assenza di un welfare territoriale efficiente. Questa pressione rende la decisione di avere figli un rischio economico e temporale, convertendo la genitorialità in un atto di «eroismo» per chi decide di affrontarla senza tutele adeguate.
Territori divisi e segnali di resilienza
La Sardegna appare come un’isola a più velocità: alcune aree urbane e turistiche resistono o crescono, mentre molte zone interne subiscono crolli demografici superiori al 25%. La Gallura Nord-Est emerge come unica area con crescita significativa (+11,3%), segno che investimenti mirati in infrastrutture e servizi possono produrre effetti positivi. Tuttavia, la scomparsa di servizi essenziali in molti comuni mette a rischio il diritto alla salute e all’istruzione per cittadini che restano.
Esempi pratici di rigenerazione
Non mancano però esperienze che indicano strade percorribili: il comune di Gergei ha attratto nuovi residenti puntando sulla qualità della vita e sulla rigenerazione delle relazioni comunitarie. Anche lo sport e progetti di integrazione hanno dimostrato capacità di trasformare percorsi migratori in pratiche di cittadinanza attiva. Questi casi sottolineano che il declino non è una condanna inevitabile ma una sfida risolvibile con politiche di attrattività territoriale.
Verso quali soluzioni?
I curatori del rapporto propongono una scelta netta tra rassegnazione e rigenerazione: servono investimenti concentrati nei settori strategici, una modernizzazione del welfare e misure che rendano conveniente e sostenibile vivere e lavorare in Sardegna. Tra le proposte emergono politiche per il lavoro stabile, misure abitative e servizi di cura che riducano la precarietà e la sospensione decisionale che blocca le scelte di famiglia.
Il messaggio finale è chiaro: trasformare la gestione dello spopolamento in un laboratorio di innovazione sociale, garantendo diritto alla cittadinanza e uguaglianza di accesso ai servizi su tutto il territorio, può restituire all’isola la capacità di immaginare e costruire un futuro sostenibile.