Il Consiglio dei ministrisu proposta del ministro per gli Affari regionali e le autonomie Roberto Calderoliha deciso di impugnare la legge della Regione Sardegna che stabiliva una soglia minima di 9 euro lordi all’ora per le retribuzioni dei contratti di appalto e di concessione affidati da Regione, enti locali, aziende sanitarie e società controllate. L’atto, adottato a Palazzo Chigi al termine di una riunione, segnala che alcune disposizioni della normativa regionale eccedono le competenze statutarie e si pongono in contrasto con la normativa statale.
Impugnazione a Palazzo Chigi e motivazioni giuridiche
Nel comunicato finale il Governo ha spiegato che parti della legge sarda, identificata con il riferimento normativo 9/2026“eccede dalle competenze statutarie e si pone in contrasto con la normativa statale” in materia di concorrenza, configurando una possibile violazione dell’articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione. La procedura di impugnazione riguarda l’intero impianto normativo che disciplina la qualità e la sicurezza del lavoroil contrasto al dumping contrattuale e la stabilità occupazionale negli appalti pubblici svolti sul territorio regionale. Con il ricorso del Governo la questione passerà ora all’esame della Corte costituzionale, chiamata a valutare la legittimità delle previsioni contestate.
Ambito di applicazione della norma e strumenti previsti
La legge, approvata lo scorso aprile (con passaggi in Aula tra l’8 e il 9 aprile), mirava a introdurre una soglia minima retributiva nei contratti finanziati con risorse pubbliche, concentrandosi in particolare sui lavori ad alta intensità di manodopera. Tra le previsioni vi era la creazione di un Comitato regionale per il monitoraggio della qualità del lavoro, incaricato di redigere report annuali sull’applicazione della legge e sui costi della manodopera, oltre a meccanismi premiali per chi rispettava parametri di sicurezza, sostenibilità e inclusione. Sono però proprio alcuni di questi elementi organizzativi e di regolazione economica che, secondo il Governo, oltrepasserebbero la sfera di competenza riservata allo Stato.
Reazioni politiche: M5S e Lega a confronto
La norma ha generato immediatamente un dibattito politico acceso. Per il primo firmatario del provvedimento, Alessandro Solinas (M5S)si tratta di una misura di tutela concreta: «La legge garantisce che negli appalti pubblici regionali nessun lavoratore possa essere pagato meno di 9 euro lordi all’ora», ha dichiarato, definendo la norma uno strumento contro il dumping salariale e la corsa al ribasso nelle retribuzioni. Solinas ha inoltre esposto una critica netta all’Esecutivo parlando di un atteggiamento che «colpisce chi prova davvero a intervenire» e denunciando un’imposizione dall’alto che, a suo avviso, calpesta le scelte di una Regione autonoma: “Non si possono calpestare in questo modo le scelte di una Regione autonoma.”
Sullo sfondo delle tensioni politiche il coordinatore regionale del M5S ha richiamato anche eventi collegati, come il caso dell’area di Cala Finanzaa ridosso di Tavolarasottolineando come, secondo la sua lettura, vi sia una continuità nel modo in cui il Governo interviene sulle scelte sarde. Solinas ha annunciato che il movimento continuerà a difendere la legge e «le ragioni che l’hanno ispirata», sostenendo che garantire salari dignitosi negli appalti pubblici sia «una scelta di giustizia sociale e di rispetto per il lavoro».
Critiche dalla Lega e valutazioni sulla strategia regionale
La risposta della Lega è stata durissima: Michele Ennassegretario regionale, ha definito la legge una «legge-bandiera» e ha accusato la Giunta guidata da Todde di aver usato la Sardegna come «palcoscenico ideologico per i 5 stelle». Secondo Ennas la norma sarebbe stata costruita più per ottenere visibilità mediatica che per assicurare soluzioni giuridicamente solide, e ha invitato l’assessora Manca a fornire spiegazioni ai lavoratori sardi sul perché non siano state perseguite misure ritenute più rigorose e resistenti a un controllo costituzionale. Il tono del dibattito fotografato in questi passaggi evidenzia un conflitto politico che va oltre il merito tecnico della norma.
Con l’impugnazione formalizzata il 10 giugno 2026, la parola passa ora alla Corte costituzionale: sarà il suo giudizio a stabilire se la legge potrà restare in vigore o se alcune sue disposizioni dovranno essere abrogate per conflitto con le norme statali. Nel frattempo la questione rimane al centro della polemica tra Regione e Governo, con ricadute immediate sul terreno politico e sociale dell’isola.



